Turandot all’Arena: quando Puccini diventa il monumento
- Dr. Eloi de Tera
- hace 22 horas
- 6 min de lectura
Turandot, Giacomo Puccini
Arena di Verona
7 d'agosto 2026
Produzione: Franco Zeffirelli
Direttore: Andrea Battistoni
Cast: Anna Pirozzi, Seok Jong Baek, Mariangela Sicilia, Gëzim Myshketa, Matteo Macchioni, Saverio Fiore
Ieri l’Arena di Verona ha rimesso in scena il mitico Turandot creato da Zeffirelli. È una produzione simile a quella che il Metropolitan di New York mette in scena ogni anno, ma che, in questo caso, fu progettata dal regista appositamente per l’Arena. È un monumento della storia dell’opera, già noto per essere monumentale, brillante, colorato e impressionante. A tutto questo si aggiunge la grande quantità di figuranti di cui l’Arena dispone per ogni produzione, con il risultato che lo spettacolo è assicurato come un evento straordinario. Ma il vero monumento lo ha realizzato ieri il direttore d’orchestra Andrea Battistoni. Non gli era necessaria tutta la scenografia, né la sua monumentalità, perché con la sua direzione ha costruito un Turandot straordinario.
Se il giorno precedente, con La Traviata, l’orchestra era apparsa più dubbiosa e spenta, ieri, sotto la bacchetta di Battistoni, sembrava un’altra orchestra. La difficile partitura di Puccini, piena di cromatismi, contrappunti e armonie complesse, con un’orchestrazione colossale, è stata interpretata dai musicisti in modo spettacolare. Inoltre, la compenetrazione con i cori e i cantanti è risultata perfetta. Battistoni ha saputo dare alla musica un respiro ampio e teatrale, lasciando che ogni sezione dell’orchestra trovasse il proprio spazio senza mai perdere la tensione drammatica. Il suono è diventato materia, luce e movimento, quasi come se la musica stessa potesse sostituire per un momento la magnificenza della scenografia. È stato un Turandot che non aveva bisogno di essere visto per essere immenso: bastava ascoltarlo.
Anna Pirozzi è attualmente la migliore Turandot che si possa ascoltare e, all’Arena, dove la proiezione vocale non è facile, è riuscita a emergere al di sopra del maremoto orchestrale persino nei momenti più complicati del finale del secondo atto, quando per molte cantanti diventa quasi impossibile. La sua Turandot è coraggiosa, corporea, brillante e profonda, piena di quella musicalità e di quella presenza scenica che solo lei sa proiettare. La sua voce attraversa lo spazio immenso dell’Arena con una sicurezza quasi regale, senza mai perdere la precisione del fraseggio né la forza drammatica del personaggio. È una Turandot che non si limita a dominare la scena: la conquista.
Seok Jong Baek, che già nel 2025 aveva interpretato Calaf alla ROH, è apparso ieri a Verona per cantare una sola recita. La sua voce piacevolmente metallica e lirica ha dato vita a un Calaf eccellente, capace di imporsi sull’orchestra e sulle difficoltà acustiche dell’Arena. Il suo Calaf è riuscito a far impazzire il pubblico di Verona ed è stato caldo, rotondo e luminoso. In lui la celebre sicurezza del principe si è unita a una vocalità generosa, capace di affrontare la grandezza della partitura senza trasformarla in semplice esibizione.
Mariangela Sicilia, nei panni di Liù, è stata superba. La sua Liù, piena di carattere, delicatezza, controllo del fiato e di un fraseggio abbagliante, ha conquistato il pubblico, tanto nella sua aria iniziale quanto in quella che conclude l’opera così come Puccini la lasciò. Particolarmente commovente è stato il momento in cui, dopo «Liù bontà, Liù poesia», il direttore d’orchestra ha lasciato un silenzio che si è riempito di applausi, permettendoci così di godere del vero finale di Turandot. In quel silenzio, quasi sospeso fuori dal tempo, la tragedia di Liù sembrava continuare oltre le ultime note, lasciando nell’Arena una commozione difficile da descrivere.
Ha spiccato nettamente al di sopra del resto Gëzim Myshketa come Ping, con una presenza vocale bella e profonda, capace di imporsi fino all’ultimo momento sul diluvio orchestrale pucciniano. Lo hanno accompagnato Matteo Macchioni e Saverio Fiore, con buona tecnica e voci delicate. I tre hanno saputo dare al terzetto dei ministri quella particolare combinazione di ironia, malinconia e umanità che spesso rischia di perdersi nella grandiosità dello spettacolo.
Anche i cori del Festival hanno offerto ieri una prova straordinaria. La loro forza ha contribuito in modo decisivo alla dimensione monumentale dell’opera, ma senza mai trasformarsi in semplice massa sonora. E così, in una serata in cui Zeffirelli ha offerto ancora una volta la sua immensa macchina teatrale, è stato paradossalmente Puccini, attraverso la bacchetta di Battistoni e le voci dei suoi interpreti, a ricordarci che la vera monumentalità dell’opera non nasce soltanto da ciò che si vede, ma soprattutto da ciò che si ascolta e si sente. Ieri sera l’Arena non è stata soltanto un luogo capace di contenere Turandot: per qualche ora è sembrata diventare essa stessa il palcoscenico immenso della musica di Puccini.
Dr. Eloi de Tera
Direttore di Lohengrin Magazine


Turandot at the Arena: When Puccini Becomes the Monument
Yesterday, the Arena di Verona once again brought back to the stage the legendary Turandot created by Zeffirelli. It is a production similar to the one staged every year by the Metropolitan Opera in New York, but in this case it was designed by the stage director specifically for the Arena. It is a monument in the history of opera, already renowned for being monumental, brilliant, colourful and breathtaking. Added to this is the large number of extras available to the Arena for each production, ensuring a spectacle of extraordinary scale. But the true monument was created yesterday by conductor Andrea Battistoni. He did not need all the scenery, nor its monumentality, because with his conducting he built an extraordinary Turandot.
If, the previous day, in La Traviata, the orchestra had sounded more hesitant and subdued, yesterday, under Battistoni’s baton, it seemed like a completely different orchestra. Puccini’s difficult score, filled with chromaticism, counterpoint and complex harmonies, with its colossal orchestration, was performed by the musicians in spectacular fashion. Moreover, the rapport between orchestra, chorus and singers was perfect. Battistoni knew how to give the music a broad, theatrical breath, allowing each section of the orchestra to find its own space without ever losing dramatic tension. The sound became matter, light and movement, almost as if the music itself could replace, for a moment, the magnificence of the scenery. It was a Turandot that did not need to be seen in order to be immense: it was enough to hear it.
Anna Pirozzi is currently the finest Turandot one can hear and, at the Arena, where vocal projection is far from easy, she managed to rise above the orchestral maelstrom even in the most difficult moments of the end of the second act, when for many singers it becomes almost impossible. Her Turandot is courageous, physical, brilliant and profound, filled with the musicality and presence that only she knows how to project. Her voice crosses the immense space of the Arena with an almost regal assurance, never losing the precision of her phrasing or the dramatic force of the character. This is a Turandot who does not merely dominate the stage: she conquers it.
Seok Jong Baek, who had already portrayed Calaf at the ROH in 2025, appeared in Verona yesterday to sing a single performance. His pleasantly metallic and lyrical voice produced an excellent Calaf, capable of asserting himself over the orchestra and overcoming the acoustic difficulties of the Arena. His Calaf managed to drive the Verona audience wild and was warm, rounded and luminous. In him, the prince’s celebrated confidence was combined with a generous vocality, capable of confronting the grandeur of the score without turning it into mere vocal display.
Mariangela Sicilia, as Liù, was superb. Her Liù, full of character, delicacy, breath control and dazzling phrasing, captivated the audience, both in her opening aria and in the one that concludes the opera as Puccini left it. Particularly moving was the moment when, after “Liù bontà, Liù poesia”, the conductor allowed a silence that filled with applause, giving us the opportunity to savour the true ending of Turandot. In that silence, almost suspended outside time, Liù’s tragedy seemed to continue beyond the final notes, leaving in the Arena an emotion that was difficult to describe.
Gëzim Myshketa stood out clearly above the rest as Ping, with a beautiful and profound vocal presence that knew how to assert itself until the very last moment against Puccini’s orchestral deluge. He was joined by Matteo Macchioni and Saverio Fiore, who offered good technique and delicate voices. Together, they succeeded in giving the trio of ministers that particular combination of irony, melancholy and humanity that can so easily be lost amid the grandeur of the spectacle.
The Festival choruses also gave an extraordinary performance yesterday. Their strength contributed decisively to the monumental dimension of the opera, but without ever becoming merely a mass of sound. And so, on an evening in which Zeffirelli once again offered his immense theatrical machine, it was paradoxically Puccini himself, through Battistoni’s baton and the voices of his interpreters, who reminded us that the true monumentality of opera does not arise solely from what we see, but above all from what we hear and feel.
Yesterday evening, the Arena was not merely a place capable of containing Turandot: for a few hours, it seemed to become the immense stage of Puccini’s music itself.
Dr. Eloi de Tera
Director of Lohengrin Magazine




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