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Aida all'Arena di Verona: l'estasi dei sensi

  • Dr. Eloi de Tera
  • 11 ago
  • 15 min de lectura
Aida, Giuseppe Verdi
Arena di Verona
Domenica 9 agosto 2026

Regia e scena: Franco Zeffirelli (Paolo Panizza)
Costumi: Anna Anni
Coreografie: Vladimir Vasiliev
Direttore: Francesco Ommassini

Voci: Simon Lim, Clémentine Margaine, Aleksandra Kurzak, Roberto Alagna, Youngjun Park, Alexander Vinogradov, Riccardo Rados, Francesca Maionchi
Primi Ballerini: Eleana Andreoudi e Ionuj-Andrei Dinita


Probabilmente uno degli spettacoli più iconici del Festival dell’Arena di Verona — uno dei grandi festival storici d’Europa — è l’Aida di Giuseppe Verdi concepita da Franco Zeffirelli. E, contemplandola ancora una volta sotto il cielo veronese, è inevitabile porsi una domanda: che cosa sarebbe stato del mondo dell’opera se Franco Zeffirelli non fosse mai esistito?


Il suo sguardo straordinario, nutrito anche dalla vicinanza all’universo cinematografico di Luchino Visconti; il suo senso del colore; la sua intelligenza teatrale; la fedeltà alla lettera del libretto e, al tempo stesso, la capacità inesauribile di trasformarla in spettacolo: tutto ciò che Zeffirelli seppe profondere nelle sue incredibili scenografie continua ancora oggi a vivere sui palcoscenici di tutto il mondo.


Il suo Don Carlo, la sua Bohème, la sua Aida o l’iconica Turandot — che abbiamo potuto ammirare anch’essa in questi giorni a Verona — appartengono ormai alla memoria visiva di intere generazioni di appassionati d’opera.


Aida, per la natura stessa del libretto e per la successione di ambienti, cerimonie e quadri che impone, è inoltre un’opera terribilmente complessa da mettere in scena. Zeffirelli rispose a questa sfida con una concezione monumentale nella quale ogni elemento appare meticolosamente studiato. L’architettura scenica è di enorme complessità e la sua continua trasformazione costituisce, di per sé, uno spettacolo nello spettacolo.


Proprio questa complessità ha giocato un piccolo brutto scherzo la sera della rappresentazione. Lo spettacolo è iniziato con quasi mezz’ora di ritardo mentre i tecnici stavano ancora ultimando il montaggio della scenografia. Si è dovuto persino rinunciare a una delle scale previste, perché l’ora si faceva ormai troppo tarda. La macchina teatrale è così diventata involontariamente coprotagonista dell’inizio della serata: Roberto Alagna ha concluso praticamente il suo «Celeste Aida» accompagnato dal secco scatto della gigantesca gru che, terminato il proprio lavoro, si stava ripiegando su se stessa.

Un episodio che, al di là dell’aneddoto, permette di comprendere le dimensioni quasi industriali di uno spettacolo di questa portata. Va riconosciuto, in questo senso, lo straordinario lavoro dell’intera squadra tecnica dell’Arena e di chi coordina una macchina scenica di tale complessità e alla persona di Miguel Basto. Perché, nonostante il ritardo e le difficoltà iniziali, ciò che alla fine si è dispiegato davanti ai nostri occhi è stata un’Aida straordinaria, nella rielaborazione di Paolo Panizza, un grande genio anche.


La produzione di Zeffirelli è coloratissima, monumentale e visivamente meravigliosa, ma la sua grandezza non risiede soltanto nelle dimensioni. È un universo traboccante di dettagli. In alcuni momenti diventa quasi impossibile calcolare quante persone occupino contemporaneamente il palcoscenico: figuranti, coro, ballerini e solisti danno vita a un’autentica civiltà davanti ai nostri occhi. L’Arena diventa Egitto e lo spettacolo assume proporzioni difficilmente riproducibili in un teatro tradizionale. Tutto diventa una festa per gli occhi che trova la sua corrispondenza nella straordinaria potenza sonora dell’insieme.


La direzione musicale, affidata a Francesco Ommassini , è stata energica, brillante e pienamente verdiana. Il direttore ha saputo rispondere alle enormi esigenze di una partitura nella quale devono convivere monumentalità e lirismo, potenza e trasparenza, senza mai permettere che la grandiosità dello spettacolo soffocasse il dramma intimo dei protagonisti.


L’orchestra dell’Arena ha risposto con enorme professionalità. Compatta, flessibile e ricca di sfumature, ha dato prova di un livello tecnico formidabile, riuscendo a integrarsi mirabilmente con le voci e con le grandi masse corali.


E proprio il coro, come tante volte accade a Verona, è stato uno dei grandi protagonisti della serata. In Aida, dove assume una funzione drammatica essenziale, la sua presenza, la potenza e la compattezza sono risultate impressionanti. Direttore, orchestra, coro e solisti sono riusciti a fondersi in un’interpretazione di straordinaria coerenza musicale.


Ma se una voce si è imposta nel corso della serata per intensità drammatica e presenza vocale, è stata quella di Clémentine Margaine, protagonista di un’Amneris enorme. La sua interpretazione ha saputo imporsi sulle dimensioni gigantesche dell’Arena senza perdere la dimensione profondamente umana del personaggio. Intensità, nobiltà e profondità drammatica hanno fatto della sua Amneris una di quelle interpretazioni destinate a rimanere nella memoria.


Al suo fianco, l’Aida di Aleksandra Kurzak è risultata altrettanto impressionante. Kurzak possiede una voce di grande delicatezza e una tecnica eccezionale. Nel corso della rappresentazione ha esibito un mirabile controllo del fiato, una raffinatissima linea di legato e, soprattutto, pianissimi portati fino al limite, quasi a bocca chiusa, che hanno lasciato senza parole il pubblico dell’Arena. In quei momenti era difficile non ricordare quella leggendaria capacità di Montserrat Caballé di sospendere il suono fino a trasformarlo quasi in un filo di voce. Un paragone da intendersi esclusivamente nella sua dimensione tecnica ed espressiva: Kurzak ha davanti a sé una strada personale da percorrere e una personalità artistica con cui continuare a impressionare il mondo senza bisogno di assomigliare a nessuno.


E poi c’era Roberto Alagna.

Il suo Radamès è stato il Radamès che soltanto un cantante con la sua carriera, la sua esperienza e il suo istinto teatrale può offrire. Forza, autorità, dominio del palcoscenico e, soprattutto, un mestiere straordinario. Il tempo ha inevitabilmente lasciato qualche traccia e gli acuti non possiedono più esattamente lo stesso smalto di un tempo, ma ridurre la sua interpretazione a questa circostanza significherebbe non comprendere che cosa voglia dire trovarsi davanti a un artista di questa dimensione.


Alagna conserva una potenza e una presenza scenica straordinarie, oltre a quella capacità rarissima di proiettare il personaggio ben oltre la pura emissione vocale. Affrontare Radamès in uno spazio tanto esigente e spietato come l’Arena di Verona e farlo con una simile generosità costituisce una prova artistica alla portata di pochissimi.

Il pubblico lo ha capito e gli si è arreso.


Perché Alagna continua a possedere qualcosa che nessuna tecnica può insegnare: la personalità. Quando entra in scena, sappiamo immediatamente di essere davanti a Roberto Alagna. Unico, riconoscibile e irripetibile.


Colossale anche l’Amonasro di Youngjun Park, dotato di una presenza scenica e di una forza drammatica assolutamente impressionanti. La sua interpretazione ha conferito al personaggio un’autorevolezza e una tensione teatrale capaci di imporsi persino nell’immensità dello spazio areniano.


Da sottolineare anche le voci di Alexander Vinogradov e Simon Lim, entrambi perfettamente inseriti nell’equilibrio musicale e drammatico della rappresentazione e impeccabili nei rispettivi ruoli.


Infine, sarebbe impossibile non citare la prima ballerina di origine greca Eleana Andreoudi, protagonista di una prova semplicemente stellare nel balletto. La sua interpretazione è stata un autentico prodigio di complessità tecnica e, nello stesso tempo, di delicatezza del gesto. Nella coreografia, diretta da Vladimir Vasiliev, Andreoudi ha saputo coniugare virtuosismo, eleganza e capacità espressiva, lasciando il pubblico senza fiato.


Ed è forse proprio questa la grandezza dell’Aida di Zeffirelli all’Arena di Verona: la capacità di trasformare l’opera in un’esperienza nella quale musica, canto, danza, colore, architettura, luce e movimento concorrono alla costruzione di un unico, immenso affresco.


Si potrà discutere eternamente sulla validità contemporanea delle grandi messinscene monumentali, sulla convenienza dello spettacolo rispetto a letture più astratte o concettuali. Ma quando scende la notte su Verona, la pietra millenaria dell’Arena si illumina e l’Egitto impossibile di Franco Zeffirelli comincia a popolarsi mentre risuona la musica di Verdi, ogni discussione sembra, almeno per qualche ora, diventare secondaria.

Perché ci sono spettacoli che appartengono a un’epoca e altri che finiscono per creare un’epoca tutta loro. Questa Aida appartiene ai secondi.


È uno spettacolo che bisognerebbe vedere almeno una volta nella vita. O forse, potendolo fare, una volta all’anno.


Perché questa Aida è un vero e proprio estasi dei sensi: uno di quei miracoli di musica, teatro, colore e bellezza che l’Arena di Verona continua, ancora oggi, a regalarci.


Dott. Eloi de Tera

Direttore di Lohengrin Magazine




Aida at the Arena di Verona: An Ecstasy for the Senses

Aida, Giuseppe Verdi

Arena di Verona

Sunday, 9 August 2026


Stage Direction and Set Design: Franco Zeffirelli (Paolo Panizza)Costumes: Anna AnniChoreography: Vladimir VasilievConductor: Francesco Ommassini

Cast: Simon Lim, Clémentine Margaine, Aleksandra Kurzak, Roberto Alagna, Youngjun Park, Alexander Vinogradov, Riccardo Rados, Francesca Maionchi

Principal Dancers: Eleana Andreoudi and Ionuj-Andrei Dinita



Probably one of the most iconic productions of the Arena di Verona Festival—one of Europe’s great historic festivals—is Giuseppe Verdi’s Aida as conceived by Franco Zeffirelli. And, contemplating it once again beneath the Verona sky, one cannot help but ask: what would the world of opera have been like had Franco Zeffirelli never existed?

His extraordinary vision, nourished in part by his proximity to Luchino Visconti’s cinematic universe; his sense of colour; his theatrical intelligence; his fidelity to the letter of the libretto and, at the same time, his inexhaustible ability to transform it into spectacle: everything Zeffirelli poured into his extraordinary stage designs continues to live on stages around the world today.


His Don Carlo, his Bohème, his Aida, or the iconic Turandot—which we have also had the opportunity to admire in Verona during these days—have long since become part of the visual memory of entire generations of opera lovers.


Aida, moreover, by the very nature of its libretto and the succession of settings, ceremonies and tableaux it demands, is an extraordinarily complex opera to stage. Zeffirelli responded to this challenge with a monumental conception in which every element appears meticulously considered. The scenic architecture is enormously complex, and its continual transformation constitutes, in itself, a spectacle within the spectacle.


It was precisely this complexity that played a small but unfortunate trick on the evening of the performance. The show began almost half an hour late while the technicians were still completing the assembly of the set. One of the planned staircases even had to be dispensed with, as the hour was becoming far too late. The theatrical machinery thus involuntarily became a co-star at the beginning of the evening: Roberto Alagna practically finished his “Celeste Aida” to the dry mechanical snap of the gigantic crane which, its work completed, was folding itself away.


Beyond the anecdote, the episode gives some idea of the almost industrial scale of a production of this magnitude. In this respect, the extraordinary work of the Arena’s entire technical team, of all those responsible for coordinating such a complex theatrical machine, and of Miguel Basto deserves recognition. For despite the delay and the initial difficulties, what ultimately unfolded before our eyes was an extraordinary Aida, in Paolo Panizza’s reworking—himself a great genius.


Zeffirelli’s production is colourful, monumental and visually magnificent, yet its greatness lies not merely in its scale. It is a universe overflowing with detail. At certain moments, it becomes almost impossible to calculate how many people occupy the stage simultaneously: extras, chorus, dancers and soloists bring an entire civilisation to life before our eyes. The Arena becomes Egypt, and the spectacle assumes proportions that could scarcely be reproduced in a conventional theatre. Everything becomes a feast for the eyes, matched by the extraordinary sonic power of the ensemble.


The musical direction, entrusted to Francesco Ommassini, was energetic, brilliant and thoroughly Verdian. The conductor rose admirably to the enormous demands of a score in which monumentality and lyricism, power and transparency must coexist, never allowing the grandeur of the spectacle to overwhelm the intimate drama of its protagonists.


The Arena orchestra responded with tremendous professionalism. Cohesive, flexible and rich in nuance, it displayed a formidable technical standard, integrating superbly with both the voices and the vast choral forces.


And the chorus itself, as so often happens in Verona, was one of the great protagonists of the evening. In Aida, where it assumes an essential dramatic function, its presence, power and cohesion were truly impressive. Conductor, orchestra, chorus and soloists succeeded in merging into a performance of extraordinary musical coherence.


But if one voice asserted itself throughout the evening through sheer dramatic intensity and vocal presence, it was that of Clémentine Margaine, who delivered a tremendous Amneris. Her interpretation succeeded in rising above the gigantic dimensions of the Arena without sacrificing the profoundly human dimension of the character. Intensity, nobility and dramatic depth made her Amneris one of those performances destined to remain in the memory.


Alongside her, Aleksandra Kurzak’s Aida was equally impressive. Kurzak possesses a voice of great delicacy and exceptional technique. Throughout the performance she displayed remarkable breath control, an exquisitely refined legato line and, above all, pianissimi taken to the very limit—almost with closed lips—that left the Arena audience speechless. At such moments, it was difficult not to recall Montserrat Caballé’s legendary ability to suspend the sound until it became almost a mere thread of voice. The comparison should be understood exclusively in its technical and expressive sense: Kurzak has her own path ahead of her and an artistic personality with which to continue astonishing the world, without any need to resemble anyone else.


And then there was Roberto Alagna.


His Radamès was the kind of Radamès that only a singer with his career, his experience and his theatrical instinct can offer. Strength, authority, command of the stage and, above all, extraordinary craftsmanship. Time has inevitably left some traces, and the high notes no longer possess quite the same brilliance they once did; but to reduce his performance to this fact would be to misunderstand what it means to stand before an artist of this stature.


Alagna retains extraordinary power and stage presence, together with that exceedingly rare ability to project a character far beyond mere vocal production. To take on Radamès in a space as demanding and unforgiving as the Arena di Verona, and to do so with such generosity, is an artistic feat within the reach of very few.

The audience understood this and surrendered to him.


Because Alagna continues to possess something that no technique can teach: personality. The moment he steps onto the stage, we know immediately that we are in the presence of Roberto Alagna. Unique, unmistakable and unrepeatable.

Youngjun Park’s Amonasro was equally colossal, endowed with an absolutely impressive stage presence and dramatic force. His interpretation gave the character an authority and theatrical tension capable of asserting themselves even within the immensity of the Arena.


Also deserving of particular mention are Alexander Vinogradov and Simon Lim, both perfectly integrated into the musical and dramatic balance of the performance and impeccable in their respective roles.


Finally, it would be impossible not to mention the Greek-born principal dancer Eleana Andreoudi, who gave a simply stellar performance in the ballet. Her interpretation was a genuine marvel of technical complexity combined, at the same time, with extraordinary delicacy of gesture. In the choreography directed by Vladimir Vasiliev, Andreoudi succeeded in uniting virtuosity, elegance and expressive power, leaving the audience breathless.


And perhaps this is precisely the greatness of Zeffirelli’s Aida at the Arena di Verona: its ability to transform opera into an experience in which music, singing, dance, colour, architecture, light and movement all contribute to the creation of a single, immense fresco.


One may debate endlessly the contemporary validity of grand monumental productions, or the merits of spectacle compared with more abstract or conceptual interpretations. But when night falls over Verona, when the Arena’s ancient stone is illuminated and Franco Zeffirelli’s impossible Egypt begins to come alive as Verdi’s music resounds, every such debate seems, for a few hours at least, to become secondary.

Because some productions belong to an era, while others ultimately create an era of their own. This Aida belongs to the latter.


It is a production that everyone should see at least once in a lifetime. Or perhaps, if one has the opportunity, once a year.


Because this Aida is a true ecstasy of the senses: one of those miracles of music, theatre, colour and beauty that the Arena di Verona continues, even today, to bestow upon us.


Dr. Eloi de Tera

Director, Lohengrin Magazine



Aida en la Arena de Verona: Un éxtasis de los sentidos

Aida, Giuseppe Verdi

Arena de Verona

Domingo, 9 de agosto de 2026


Dirección escénica y escenografía: Franco Zeffirelli (Paolo Panizza)

Vestuario: Anna Anni

Coreografía: Vladimir Vasiliev

Director musical: Francesco Ommassini


Reparto: Simon Lim, Clémentine Margaine, Aleksandra Kurzak, Roberto Alagna, Youngjun Park, Alexander Vinogradov, Riccardo Rados, Francesca Maionchi

Primeros bailarines: Eleana Andreoudi e Ionuj-Andrei Dinita



Probablemente, uno de los espectáculos más icónicos del Festival de la Arena de Verona —uno de los grandes festivales históricos de Europa— sea la Aida de Giuseppe Verdi concebida por Franco Zeffirelli. Y, al contemplarla una vez más bajo el cielo de Verona, resulta inevitable hacerse una pregunta: ¿qué habría sido del mundo de la ópera si Franco Zeffirelli no hubiera existido nunca?


Su extraordinaria mirada, alimentada también por su cercanía al universo cinematográfico de Luchino Visconti; su sentido del color; su inteligencia teatral; su fidelidad a la letra del libreto y, al mismo tiempo, su inagotable capacidad para transformarla en espectáculo: todo cuanto Zeffirelli supo volcar en sus increíbles escenografías continúa viviendo hoy en los escenarios de todo el mundo.


Su Don Carlo, su Bohème, su Aida o la icónica Turandot —que también hemos tenido ocasión de admirar estos días en Verona— pertenecen ya a la memoria visual de generaciones enteras de aficionados a la ópera.


Aida, además, por la propia naturaleza de su libreto y por la sucesión de ambientes, ceremonias y cuadros que exige, es una ópera terriblemente compleja de llevar a escena. Zeffirelli respondió a este desafío con una concepción monumental en la que cada elemento parece meticulosamente estudiado. La arquitectura escénica posee una enorme complejidad y su continua transformación constituye, por sí misma, un espectáculo dentro del espectáculo.


Precisamente esta complejidad jugó una pequeña mala pasada la noche de la representación. El espectáculo comenzó con casi media hora de retraso mientras los técnicos terminaban todavía de montar la escenografía. Incluso hubo que prescindir de una de las escaleras previstas, pues la hora empezaba a ser ya demasiado avanzada. La maquinaria teatral se convirtió así, involuntariamente, en coprotagonista del comienzo de la velada: Roberto Alagna terminó prácticamente su «Celeste Aida» acompañado por el seco chasquido de la gigantesca grúa que, una vez concluido su trabajo, comenzaba a plegarse sobre sí misma.


Un episodio que, más allá de la anécdota, permite comprender las dimensiones casi industriales de un espectáculo de esta envergadura. Hay que reconocer, en este sentido, el extraordinario trabajo de todo el equipo técnico de la Arena, de quienes coordinan una maquinaria escénica de semejante complejidad y, en particular, de Miguel Basto. Porque, pese al retraso y a las dificultades iniciales, lo que finalmente se desplegó ante nuestros ojos fue una Aida extraordinaria, en la reelaboración de Paolo Panizza, también él un gran genio.


La producción de Zeffirelli es colorista, monumental y visualmente maravillosa, pero su grandeza no reside únicamente en sus dimensiones. Es un universo desbordante de detalles. En algunos momentos resulta casi imposible calcular cuántas personas ocupan simultáneamente el escenario: figurantes, coro, bailarines y solistas dan vida ante nuestros ojos a una auténtica civilización. La Arena se convierte en Egipto y el espectáculo adquiere unas proporciones difícilmente reproducibles en un teatro convencional. Todo se transforma en una fiesta para los ojos que encuentra su correspondencia en la extraordinaria potencia sonora del conjunto.


La dirección musical, confiada a Francesco Ommassini, fue enérgica, brillante y plenamente verdiana. El maestro supo responder a las enormes exigencias de una partitura en la que deben convivir monumentalidad y lirismo, potencia y transparencia, sin permitir en ningún momento que la grandiosidad del espectáculo ahogara el drama íntimo de los protagonistas.


La orquesta de la Arena respondió con enorme profesionalidad. Compacta, flexible y rica en matices, demostró un nivel técnico formidable y logró integrarse admirablemente con las voces y con las grandes masas corales.


Y precisamente el coro, como tantas veces sucede en Verona, fue uno de los grandes protagonistas de la velada. En Aida, donde asume una función dramática esencial, su presencia, potencia y cohesión resultaron impresionantes. Director, orquesta, coro y solistas consiguieron fundirse en una interpretación de extraordinaria coherencia musical.


Pero si hubo una voz que se impuso a lo largo de la noche por intensidad dramática y presencia vocal, fue la de Clémentine Margaine, protagonista de una Amneris inmensa. Su interpretación consiguió imponerse a las gigantescas dimensiones de la Arena sin perder la dimensión profundamente humana del personaje. Intensidad, nobleza y profundidad dramática hicieron de su Amneris una de esas interpretaciones destinadas a permanecer en la memoria.


A su lado, la Aida de Aleksandra Kurzak resultó igualmente impresionante. Kurzak posee una voz de gran delicadeza y una técnica excepcional. A lo largo de la representación exhibió un admirable control del fiato, una refinadísima línea de legato y, sobre todo, unos pianísimos llevados hasta el límite, casi a boca cerrada, que dejaron sin palabras al público de la Arena. En aquellos momentos resultaba difícil no recordar aquella legendaria capacidad de Montserrat Caballé para suspender el sonido hasta convertirlo casi en un hilo de voz. Una comparación que debe entenderse exclusivamente en su dimensión técnica y expresiva: Kurzak tiene ante sí un camino propio que recorrer y una personalidad artística con la que seguir impresionando al mundo sin necesidad de parecerse a nadie.


Y después estaba Roberto Alagna.

Su Radamès fue el Radamès que únicamente un cantante con su trayectoria, su experiencia y su instinto teatral puede ofrecer. Fuerza, autoridad, dominio del escenario y, sobre todo, un oficio extraordinario. El tiempo ha dejado inevitablemente alguna huella y los agudos ya no poseen exactamente el mismo esmalte de antaño, pero reducir su interpretación a esta circunstancia significaría no comprender qué supone encontrarse ante un artista de semejante dimensión.


Alagna conserva una potencia y una presencia escénica extraordinarias, además de esa capacidad rarísima para proyectar al personaje mucho más allá de la pura emisión vocal. Afrontar Radamès en un espacio tan exigente e implacable como la Arena de Verona y hacerlo con semejante generosidad constituye una proeza artística al alcance de muy pocos.


El público lo entendió y se rindió ante él.

Porque Alagna continúa poseyendo algo que ninguna técnica puede enseñar: personalidad. Cuando entra en escena, sabemos inmediatamente que estamos ante Roberto Alagna. Único, reconocible e irrepetible.


Colosal también el Amonasro de Youngjun Park, dotado de una presencia escénica y una fuerza dramática absolutamente impresionantes. Su interpretación otorgó al personaje una autoridad y una tensión teatral capaces de imponerse incluso en la inmensidad del espacio de la Arena.


Cabe destacar asimismo las voces de Alexander Vinogradov y Simon Lim, ambos perfectamente integrados en el equilibrio musical y dramático de la representación e impecables en sus respectivos papeles.


Por último, sería imposible no mencionar a la primera bailarina de origen griego Eleana Andreoudi, protagonista de una actuación sencillamente estelar en el ballet. Su interpretación fue un auténtico prodigio de complejidad técnica y, al mismo tiempo, de delicadeza en el gesto. En la coreografía dirigida por Vladimir Vasiliev, Andreoudi supo conjugar virtuosismo, elegancia y capacidad expresiva, dejando al público sin aliento.

Y quizá sea precisamente esta la grandeza de la Aida de Zeffirelli en la Arena de Verona: su capacidad para transformar la ópera en una experiencia en la que música, canto, danza, color, arquitectura, luz y movimiento concurren en la construcción de un único e inmenso fresco.


Podremos discutir eternamente sobre la vigencia contemporánea de las grandes puestas en escena monumentales, sobre la conveniencia del espectáculo frente a lecturas más abstractas o conceptuales. Pero cuando cae la noche sobre Verona, la piedra milenaria de la Arena se ilumina y el Egipto imposible de Franco Zeffirelli comienza a poblarse mientras resuena la música de Verdi, toda discusión parece, al menos durante unas horas, pasar a un segundo plano.


Porque hay espectáculos que pertenecen a una época y otros que terminan creando una época propia. Esta Aida pertenece a los segundos.

Es un espectáculo que habría que ver al menos una vez en la vida. O quizá, si se tiene la posibilidad, una vez al año.


Porque esta Aida es un verdadero éxtasis de los sentidos: uno de esos milagros de música, teatro, color y belleza que la Arena de Verona continúa, todavía hoy, regalándonos.


Dr. Eloi de Tera

Director de Lohengrin Magazine



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